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Storia delle anagrafi

L'Anagrafe (dal greco anagraphé = registrazione, iscrizione) della Popolazione Residente ha la funzione di registrare nominativamente, secondo determinati caratteri naturali e sociali, gli abitanti residenti in un Comune, sia come singoli sia come componenti di una famiglia o componenti di una convivenza, nonché le successive variazioni che si verificano nella popolazione stessa.
Idealmente l’Anagrafe della Popolazione Residente, nota in passato con il nome di “Registro della Popolazione”, può essere configurata come un conto demografico nel quale, partendo da quell'inventario della popolazione di un Comune che è il censimento, si registrano nel tempo le:
- entrate costituite da

  • nati
  • immigrati

- uscite costituite da:

  • morti
  • emigrati

Le anagrafi, così come sono ordinate attualmente, sono d'istituzione abbastanza recente, ma le loro origini (liste per il pagamento dei tributi, liste per scopi elettorali, liste per le varie formazioni militari) sono molto lontane e si confondono con la tradizione dei censimenti, cioè con le prime manifestazioni dei popoli organizzati socialmente, le cui esigenze finanziarie, politiche e militari richiedevano la conoscenza della consistenza numerica delle popolazioni e della loro composizione.
Così nell'antico Egitto, dove i censimenti avevano dato vita ad una specie di anagrafe delle famiglie ai fini economici e militari, così in Grecia, dove le città disponevano di particolari anagrafi, così a Roma, dove gli elenchi dei censiti, distinti secondo il possesso o meno dei diritti civili e politici, la classe patrimoniale e l'età, venivano utilizzati come liste elettorali, ruoli per l’esazione dei tributi e liste di leva.
Successivamente nel Medio Evo la pratica dei censimenti decadde e le rilevazioni demografiche si ridussero alle singole località; man mano subentrò la Chiesa Romana con le registrazioni parrocchiali dei “battezzati” prima e poi con quelle dei “defunti” e dei “matrimoni”, che costituiscono un'anticipazione dei moderni registri dello Stato Civile.
Tale rilevazione del movimento naturale della popolazione diventa sistematica per opera della Chiesa nella seconda metà del primo secolo dell’evo moderno, in base alle determinazioni adottate nel 1563 dal Concilio di Trento.
La tenuta di veri e propri registri di popolazione fu nel passato limitata alle città più popolose e più progredite. Solo verso la metà del XIX secolo si delinea la distinzione tra censimento ed anagrafe e questa viene sempre più indirizzata alla soddisfazione delle esigenze amministrative del potere esecutivo e delle autorità municipali, lasciando ai censimenti veri e propri gli scopi statistici.

Le anagrafi sono la risultante, per così dire, di due componenti: da una parte l’adempimento degli obblighi anagrafici degli uffici comunali, dall’altra l’adempimento degli obblighi dei singoli cittadini. Solo dall'adempimento scrupoloso ed immediato di detti obblighi nasce la regolare tenuta delle anagrafi, le quali in ogni momento devono rispecchiare la reale situazione di fatto.
E' evidente dunque che le anagrafi sono strumenti delicati che funzionano regolarmente solo presso le popolazioni che hanno raggiunto un alto livello di maturità civile e che funzionano male nei periodi di disordine politico, economico, sociale, anche se le leggi disciplinano razionalmente l'importante servizio pubblico.
Gli scopi amministrativi, dunque, costituiscono oggi gli scopi prevalenti del servizio anagrafico.
Esso, infatti, è alla base di numerosi altri servizi pubblici, quali quello elettorale, scolastico, tributario, di leva, igienico-sanitario, assistenziale, che attingono, per così dire, alla fonte anagrafica le notizie necessarie.
Oggi veramente si può dire che nella organizzazione dello Stato Moderno il servizio anagrafico è base e fondamento dell’attività amministrativa dei Comuni, poiché soddisfa le esigenze di tutti gli altri servizi pubblici fondati sul rapporto tra persona e territorio, cioè sull'istituto della residenza e non soltanto con riferimento alle singole persone, ma anche alle famiglie e convivenze,nelle quali le persone vivono.
In Italia, prima della unificazione, le città più importanti degli Stati in cui era divisa la penisola già possedevano uffici di anagrafe. Il primo provvedimento unitario per l'istituzione del servizio anagrafico risale al 1864: con R.D. 31 dicembre 1864, n. 2105, nel quale all'art. 6 il nuovo ufficio è chiamato “Ufficio delle Anagrafi”, fu istituito il registro di popolazione in ogni Comune del Regno sulla base del censimento della popolazione del 31 dicembre 1861 e venne approvato il relativo Regolamento.
L'art. 3 del citato decreto prescriveva: "il censimento della popolazione del 31 dicembre 1861, corretto e completato in ciascun comune secondo le variazioni avvenute nello stato delle persone ed in quello della popolazione fino al 1 gennaio 1865 e tenuto conto delle sole persone aventi in esso domicilio legale o residenza stabile, servirà di base al registro di popolazione”.
Tuttavia molti Comuni, anche per il fatto che le anagrafi non erano state istituite con Legge formale o con una fonte equivalente, non si uniformarono alle prescrizioni del decreto ed altri, pur avendo impiantato il servizio, non si attennero all'osservanza delle norme sull'aggiornamento.
Fu appunto per tale ragione che, in occasione del secondo censimento generale della popolazione, furono inseriti nella Legge 20 giugno 1871, n. 297, che lo indiceva, due articoli sulla tenuta del registro di popolazione. L'art. 7 stabiliva: "In ogni Comune vi sarà un registro di popolazione, compilato e corretto, dove già esistesse, secondo i risultati ottenuti col nuovo censimento.
Nei registri comunali dovranno tenersi in evidenza tutti i successivi e al termine di ogni anno sarà fatto il riassunto della popolazione totale.

L'art. 8 disponeva: "I cambiamenti di domicilio e di residenza da un Comune ad un altro, e di abitazione nell’interno di uno stesso Comune, dovranno essere notificati agli uffici comunali nelle forme e dentro i termini che saranno stabiliti dal regolamento”.
Successivamente con il R.D. 28 gennaio 1872, n. 666, viene ribadito l'obbligo di denunciare i cambiamenti di abitazione e i cambiamenti di residenza, il che prova che ancora non tutti i Comuni provvedevano ad assicurare la regolare tenuta del registro di popolazione. Perdurando tale stato di cose, la Giunta centrale di statistica nella seduta del 23 aprile 1872 discuteva le modificazioni più opportune da introdursi nel regolamento del 1864 sulla tenuta del registro di popolazione, allo scopo di renderne obbligatoria l'attuazione in tutti i Comuni dello Stato.
Di qui nasce il nuovo regolamento del 1873, n. 1363, il quale all'art. 1 disponeva: "In ogni Comune del Regno si terrà il registro della popolazione. Dove non esiste, verrà impiantato entro sei mesi dalla pubblicazione del presente regolamento. Dove esiste, sarà completato e corretto nel medesimo periodo di tempo”.
(*) tratto dalla prefazione di: “Anagrafe della Popolazione - Metodi e norme - serie B - n. 29 – 1992” - edito dall’I.S.T.A.T