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Mostra permanente: Gli affreschi trecenteschi di Santa Chiara

Comune di Ravenna
Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Bologna
Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna, Ferrara, Forlì-Cesena, Rimini
Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna

Mostra permanente: Gli affreschi trecenteschi di Santa Chiara

Un raro tesoro di affreschi - perduto, dimenticato, ritrovato - che ci riporta concretamente ad un'epoca lontana, gentile e crudele, fastosa e miserabile: ai tempi dei Polentani, di Dante, di Giotto. Si tratta del ciclo pittorico che ornava la chiesa delle Clarisse di Ravenna; finalmente recuperato e ricostituito, e finalmente leggibile nei suoi connotati genuini e nei suoi valori d'arte, grazie ad un restauro sapientemente condotto da Ottorino Nonfarmale.
L'esposizione di tutte le parti di questo ciclo costituisce un avvenimento lungamente atteso e di straordinaria importanza, perché ci permette di ricuperare tutta una fase della nostra civiltà figurativa. La dobbiamo all'impegno del Comune di Ravenna, della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Bologna, della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici di Ravenna, della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna.

Mostra permanente: Gli affreschi trecenteschi di Santa Chiara

Santa Chiara
verso la metà del Duecento un gruppo di donne ravennati si costituì in comunità secondo la regola delle Clarisse di Assisi, per vivere in preghiera, in umiltà e in povertà intorno al vecchio oratorio di Santo Stefano in fundamento, in una zona periferica e quasi deserta della città. Le incoraggiavano e consigliavano i Frati Minori, e le appoggiava l'arcivescovo Filippo, che concesse loro esenzioni e privilegi, mentre il pontefice, Clemente IV, per sottrarle agli imprevedibili giochi della politica locale, le sottopose alla diretta dipendenza della Santa Sede (1268). Una di quelle donne era Chiara da Polenta, figlia di Geremia e zia di Guido (minore), che legò al convento tutte le sue sostanze, in vita e in morte (1292). La comunità ben presto ampliò gli edifici in cui si era insediata e ricostruì o ampliò la chiesa adiacente, il cui altare venne consacrato nel 1311 dall'arcivescovo Rinaldo da Concorrezzo. La chiesa non era inserita nella clausura, le cui severe modalità erano state riproposte con energia dall'arcivescovo con la costituzione sinodale del 1309; infatti i fedeli venivano invitati a frequentarla per lucrare un'indulgenza annualmente concessa nel giorno anniversario della consacrazione dell'altare.
La vita del convento ravennate delle Clarisse si è conclusa bruscamente nel 1805, con la soppressione ordinata da Napoleone. Dopo varie vicende l'edificio conventuale è stato abbattuto, risparmiando solo la chiesa, che è stata adibita prima a cavellerizza e poi a teatro, ed ha perduto i suoi ornamenti e la sua suppellettile, ma non la decorazione ad affresco del presbiterio, che era stato isolato dalla navata mediante un muro: forse per poter utilizzare come ripostiglio il modesto ambiente così ottenuto (poco più di sessanta metri quadri), o forse proprio per salvare gli affreschi che, come tutti quelli trecenteschi, venivano attribuiti a Giotto, amico di Dante, a sua volta ospite di Guido Novello.

Gli affreschi
Sui muri del presbiterio della loro chiesa le Clarisse vollero che fosse dipinta la Storia della Salvezza e venisse esaltata la Croce, in quanto "strumento" della Redenzione. Probabilmente con l'aiuto dei loro direttori spirituali, i Minori Francescani, avevano definito con cura le scene da raffigurare sulle pareti e sulle volte.
Dietro all'altare furono dipinti l'Annunciazione e le immagini dei fondatori dei due "rami" dell'Ordine, San Francesco e Santa Chiara D'Assisi, con Sant'Antonio da Padova e San Ludovico da Tolosa. Nella parete di destra due storie dell'infanzia di Gesù, la Natività e l'adorazione dei Magi; nell'altra il Battesimo di Gesù, l'orazione nell'orto, la Crocifissione. Tutte e tre le pareti erano dominate dal ricordo del sacrificio di Gesù: a destra l'adorazione dell'Albero della Vita, che diventerà lo strumento del supplizio di Gesù e contemporaneamente della Redenzione dell'umanità; a sinistra Gesù crocifisso sul tronco ruvido di quell'albero; al centro l'Agnus Dei, il simbolo apocalittico della Vittima redentrice che viene a giudicare il mondo.
Nelle vele della volta appaiono gli Evangelisti, in quanto diretti testimoni della vita e della morte di Cristo, con i Dottori della Chiesa, che sulla base delle testimonianze dei primi ne approfondirono i significati e ne svilupparono le ragioni. Sotto l'arco trionfale sono raffigurati i "campioni" della Chiesa romana, a seguito di Gesù e di Maria, di San Pietro e San Paolo: San Francesco e Santa chiara figurano, naturalmente, fra i primi.
E' probabile che anche lo zoccolo del presbiterio recasse delle figure o delle scene: forse votive, o forse con le storie di Santo Stefano, il titolare originario di quell'antica chiesa. Esistono due frammenti di affresco ora "erratici", distaccati dall'Ottocento non si sa più da quale parte dell'edificio, raffiguranti un Sa Sigismondo con un devoto ed una scena con il martirio di Santo Stefano: potrebbero provenire appunto dallo zoccolo dell'abside, che in origine doveva essere molto più alto di ora, e che in ogni caso doveva essere decorato, perché bene in vista dalla navata. Infatti è da escludere che fosse nascosto dagli scanni del coro delle monache, che dovevano trovarsi in un locale adiacente, comunicante con il presbiterio tramite finestrelle protette da grate, come in tutti i conventi femminili di clausura. Alle suore da tali finestrelle era possibile vedere l'altare e la parete con la Crocifissione, e quindi partecipare alla funzione.

Mostra permanente: Gli affreschi trecenteschi di Santa Chiara

 

Il pittore
L'esecuzione degli affreschi fu affidata alle maestranze più attive e celebri di tutta la regione: quelle riminesi. I riminesi avevano elaborato uno stile aggiornato su quello modernissimo di Giotto, che avevano visto lavorare ad Assisi e Rimini, ma caratterizzato da una dolcezza cromatica e da una delicatezza pittorica molto particolari. Il maestro che ha operato in Santa Chiara era Pietro da Rimini, un artista di grande personalità che ha svolto un'attività quasi frenetica come pittore e come direttore responsabile di grandi cantieri pittorici. La datazione degli affreschi di Santa Chiara dovrebbe aggirarsi intorno al 1320. Il ciclo degli affreschi di Santa Chiara segna il raggiungimento della piena maturità espressiva di Pietro e costituisce veramente uno dei suoi grandi capolavori: per l'originalità delle soluzioni adottate dal punto di vista compositivo, per la vivacità della narrazione, fedele ai temi ma colma di fantasia, per la coerenza delle forme, precise e preziose, ma anche sfumate e rapide, aspre e risentite, modellate in una materia fresca e sensibile, in un colore caldo e fuso.

 

Pier Giorgio Pasini